A Natale, dopo uno dei numerosi pranzi di un dicembre in famiglia, ci ritroviamo per caso a parlare di letteratura e a suonare una chitarra.
Nasce tra le parole l’idea, nonché uno dei numerosi propositi per l’anno nuovo, di ritrovarci periodicamente per leggere, per ricordarci meglio, insieme, cosa significa letteratura e perché ce ne stiamo dimenticando.
Tra tutti gli scrittori da dove potevamo inziare, lentamente, approdiamo a Italo Svevo: “quello della coscienza di Zeno”. Ma sicuramente non avrà scritto solo quel libro che ricordiamo esserci piaciuto, allora partiamo dall’inizio. “Una Vita” scritto nel 1887, ma pubblicato a spese dell’autore soltanto nel 1892.
Al primo appuntamento del nostro “club del libro”, abbiamo letto i primi 5 capitoli del romanzo. Siamo entrati nelle vita di Alfonso Nitti, giovane impiegato di banca in una città che crediamo sia Trieste, ma che ancora non è stata nominata e forse non lo sarà mai (non lo sappiamo!), abbiamo visto con i suoi occhi il buio edificio della banca in cui lavora e un paio di vie grigie e fredde della città in cui si è trasferito arrivando da un villaggio in campagna. Al villaggio Alfonso ha lasciato una madre vedova, tutti i suoi ricordi e il suo cuore. Con gli occhi di Alfonso, guidati da un narratore onniscente, siamo entrati nella sua misera stanza in affitto presso una malconcia famiglia di città, abbiamo indagato i contorni rotondi della giovane e indisponenente figlia del proprietario della banca, e ci siamo visti davanti i fragili e spesso ridicoli colleghi.
Le dinamiche da ufficio con le frustrazioni quotidiane e personali sono già emerse, insieme ad un quadro variegato della fragilità umana.
Dalle prime 60 pagine ci siamo già fatti un’idea del personaggio pià interessante, dell’inettitudine del protagonista, della sottile critica alla società borghese dell’epoca che, immaginiamo, ci accompagnerà per tutto il romanzo.
Ed ecco la prima domanda che ci facciamo, cosa signiica essere spontanei? Come reagiscono diverse personalità e persone davanti alla medesima opera d’arte e conseguentemente al medesimo evento della vita? E’ vero che l’intellettuale non reagisce spontanemente perché indottrinato? Ed è vero che il puro, cioè colui che non ha alcuna cultura, ha una reazione più “spontanea”?
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1 commento:
dal dizionario: SPONTANEITA' sostantivo = a NATURALEZZA di comportamento ... GENUINITA'
dai contrari: ARTIFICIOSITA' e RICERCATEZZA....
La prima risposta è inevitabilmente: pensare che essere spontanei significa fare quello che ci pare seguendo un desiderio spontaneo,impulsivo...si crede che la spontaneità sia solo un'agire SENZA PENSARE...un impulso espresso senza remore e senza razionalità...
Può anche significare muoverci ed esprimerci in LIBERTA'senza condizionamenti
In tantissimi ambiti sentiamo dire: "faccio questo o quest'altro" perchè VOGLIO ESPRIMERE ME STESSO...ma a questo punto SPONTANEITA' può anche essere VOLONTA'?
Io penso che quando ognuno di noi si esprime SPONTANEAMENTE, ci sia un pizzico di entrambe sempre, perchè un minimo di condizionamento ce lo crea comunque la nostra storia...
La vera assoluta SPONTANEITA' è tornare ad essere bambini...persone colme d'IMMAGINAZIONE, FANTASIA e CREATIVITA'..con tante cose ancora da sperimentare e che pertanto non ci hanno ancora condizionato...
L'educazione stessa che riceviamo, per quanto aperta ed illuminata possa essere,per quanto ci prepari ad imparare sempre... molto spesso è un blocco alla nostra libertà..ed a secondo del nostro percorso siamo più o meno condizionati da regole o comportamenti di altri...e ancor più preoccupati di essere giudicati.
CHE NOIA!!!!
Dovremmo smettere di cercare di essere "originali a tutti i costi" o "perfetti" nella vita...e far riemergere dentro di noi un pò di gioco ed ironia per recuperare quella spontaneità genuina che ci farebbe tornare a essere persone colme d'immaginazione.. fantasia.. poesia.. creatività..ecc.
Sicuramente saremmo meno grigi e più solari.
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